
venerdì 25 settembre 2009
lunedì 13 aprile 2009
Andare per pensieri e anfratti, sentieri del cuore e della mente
Sì, sono innamorata, molto innamorata. Sento una forza immane dentro me.
È un’esplosione che si sta preparando. Si può preparare un’esplosione? Si può sentire che sta esplodendo, mentre già in me c’è l’immagine forte di una grande energia già esplosa?
Sì, il già e non ancora, l’istante vissuto e ancora solo promesso, eppure vero e vivo. Sì, vivo, già un presente che presto sarà.
Che gioco di verbi!
Avanti e indietro nel tempo, la sto usando questa chiave? Zain, il settimo archetipo, della torre zed[1].
Stamattina ha detto un collega: “Ci rivediamo a settembre, un po’ più vecchi” e io: “Più giovani!”. Spalanca gli occhi, e io: “Sì, lo so che tutti dicono come dici tu, ma non siamo obbligati a pensare e dire come pensano e dicono gli altri”. Ha sorriso, chi se ne importa, personalmente ho fatto il programma che ho ventitrè anni. È da un po’ di tempo che penso così e ora mi accorgo che c’è una specie di vento caldo, pieno, che mi viene incontro quando penso così.
Qua, in questa casa regale in cui coabitano docilmente coccodrilli, uomini e donne. Tutte le energie animali della mia anima lasciate serpeggiare, spaparacchiare, emergere e inabissarsi, aprire i denti e la bocca, mordere, azzannare, spaventare, allertare e quant’altro, insieme a ciò che si scioglie e accade là, in superficie, tra le colonne: amori, intrighi, abbracci, complicità e tradimenti, serenate e giochi.
So pensar male di te, di me, dell’altro e poi so descrivere la notte, le stelle, la forza e l’amore, la gioia.
So lasciar andare, ma soprattutto so sentire mio e possedere.
Ma questo, se ci riesco, non te lo dico. Lo faccio sì, dentro di me: ti possiedo, ti penso mio, mia, so che il mondo è mio e me lo prendo quanto più. Ma a te, là fuori, non te lo dico, né ti lego, tutto accade solo in me, ma io ti ho e così ogni volta, niente mi manca.
Anche il sedicesimo archetipo mi viene incontro, Oin, la corrispondenza.
So che ti amo, ovvero so che amo, ma so che non sei tu, non precisamente. So che amo te, te e altro, amo me innanzitutto e poi in questo “amo” so che ancora, altro, oltre, ci può essere.
Posso ancora amare. Questo sta dentro me e, se mi accolgo così, con questo sentire e questi possibili, lasciati essere, lasciati possibili, sto meglio, mi sento scorrere, scivolare, veleggiare sulla vita (Scin, ventunesimo archetipo, essere traghettati).
Lo so, e lo riscontro quando ti vedo e sento che, ogni volta, siamo al passo.
Così le cose che vorrei dirti te le dici tu da solo, da dentro te. E siccome te le dici tu, le riconosci, le accogli e le fai tue. Sai, ci sembra di volere qualcosa di più dall’altro, qualcosa che sia più vicino a ciò che siamo, forse è perché cerchiamo più attenzione e più ascolto. In fondo è un più profondo ascolto che devo creare verso me stessa per trovarlo poi fuori di me, in te e negli altri.
Quando poi accarezzo il tuo viso è questo che faccio, attivo ed incremento la connessione con te e, attraverso te, con tutti; so che così è per il semplice fatto che così l’ho pensato.
In fondo cos’è, un’emozione o, come la chiamo io, uno sbruffetto di energia che ho incastrato così, ma che posso vivermi diversamente se non pretendo di cambiarla per evitare la sofferenza, l’illusione del “mi manchi”.
E allora… sì, mi manchi. Ti vedo in me, dato che mi manchi ma so pensarti, so averti nel sentire e nel pensiero.
Appena ti penso, ti sento e ti lascio essere in me, senza resistere alla tua presenza pensando che non sei qui visibile, la bocca si apre al sorriso, sale la gioia.
Che piccola semplice cosa, sembro una ragazzina innamorata, e lo sono, ma a guardar bene questa è una chiave, una strategia importante. Sposto questa dinamica: mi manchi - ti ho - sorrido - so che ci sei, a qualsiasi altra persona o cosa che… mi manca… che desidero e il sorriso si amplifica.
Ecco il mondo del gioco e della fiaba, il mondo dei bambini[3].
Bè, consolati, hai incontrato una bambina e quante ce ne sono nelle fiabe! Da accudire, sorreggere, custodire, far diventare fate e principesse, anche se io spesso preferisco sentirmi una strega, una “magara”.
Questo mi aveva detto Antonio, tanto tempo fa: “Amare me è l’occasione che ti è data per amare tutti, sii felice piccola mia”.
Che pace riconoscerlo. A volte mi sembra di volerti qui, poi, appena immagino che ci sei, qualcosa dice “No, no, meglio così”, sì, perché in quei momenti, quando mi sembra di volere te, o comunque qualcuno per riempire quello che mi sembra un vuoto ed una solitudine, capisco che qui voglio solo me stessa.
È me che cerco, che desidero.
Questa presenza è sempre avanti, attorno a me, presente; è piena, è silenziosa ma di un silenzio che parla, che comunica. Quante volte ora questa presenza mi riempie, mi risolve, mi porta tutto ciò che mi serve per sentirmi serena e appagata. Sai quando sei innamorato e non vedi l’ora di correre da lei, di stare con lei! La vicinanza, la complicità, quel vibrare che solleva l’anima.
Ecco ora spesso, mi rincorro, ho voglia di lasciare tutto per stare con me stessa. Mi viene il gusto dello stare con me, della complicità, e intimità, non vedo l’ora di stare da sola per gustarmi di più questo canale aperto tra me e me stessa.
Ma vedi un po’, parlo a te e torno sempre su me stessa, sì perché a questo mi è servito questo amore con te, a conoscere me, ad imparare a stare con me stessa, a crescere.
A questo servono le amicizie, le relazioni, la presenza dell’altro fuori di noi, a tornare, conosciuti, a noi stessi.
[1] In questo brano “archetipi” si intendono le lettere dell’alfabeto ebraico. Per l’ebraico ogni segno, simbolo, alfabetico è associato ad un numero, entrambi sono conduttori di energia e sostanze.
sabato 4 aprile 2009
Che significa innamorarsi? Che significa permettere a se stessi di innamorarsi? Di nuovo, un’altra volta. Per la prima volta. È sempre la prima volta!
La sento questa spinta dentro me, da me verso te. Verso te? Verso un pensiero-emozione sull’altro, che sta in me e che ora emerge grazie a te. È un possibile d’amore, che sta in me, emerge e io proietto su di te. Tu sei davvero questo? Non lo so e non è determinante. Nella tua realtà tu sei tu e puoi non corrispondere, non più di tanto, all’idea di uomo, di compagno di giochi e d’avventura che in questo momento della mia vita sto creando, anche se è sempre nuovo, simpatico e di valore ciò che, ogni volta, vedo di te.
Importante è che io sperimenti me stessa con l’uomo della mia fantasia, con le mie modalità di vivere l’amore.
Importante è che stiamo ai patti. Come in qualsiasi transazione umana anche noi ci siamo dati delle condizioni. Abbiamo steso un contratto, ricordi? Quando? Ogni tanto, parlando… rispetto reciproco ed incondizionato, riconoscimento della propria massima libertà, rispetto di tempi e spazi, delle scelte dell’altro, assunzione delle proprie responsabilità, onestà… In fondo è con me stessa che vado a fare i conti, è una parte di me che lascio emergere e il gioco sarà proprio quello di trattenere il tutto, quanto più possibile dentro me, senza invaderti ma regalandoti la piacevolezza del sentirti pensato, desiderato, atteso, voluto.
Tutte cose che piacciono anche a me, d’altronde.
È a me che serve sperimentare, osservare e conoscere ciò che sono, quanto e come so amare.
Sei lontano, sottovoce ti sussurro: “Ti amo, ti amo” e l’affido al mio respiro, al vento, al mare, al tramonto, alle isole laggiù, alla voglia del tuo abbraccio e del tuo sguardo.
Che cosa colgo di me, allora?
Me stessa e la mia capacità di amare; mi piace conoscermi così, nel mio camminare, stare con l’altro, per ciò che l’altro vuole. Poi essere me stessa, ancora, quando decido di guidare io nell’amarti, di scrivere, raccontare, dirti cosa si muove dentro me.
È importante che tu ci sia, tu che adesso attivi in me, nel pensiero e nell’emozione, l’attrazione per ciò che sono nel profondo. E canto, nella consapevolezza che, io sicuramente, tu se vuoi e per i fatti tuoi, stiamo facendo un pezzo di strada.
Tra noi momenti di bisogno, di condivisione, di confronto e sostegno, ma ancor più il prendere e dare, il godere di se stessi nell’altro, gustare insieme ciò che ogni giorno, di nuovo, diventiamo.
Basta che tu mi permetta di dirti: “Ti amo”, che tu l’ascolti e tu l’accolga. Dirtelo così, da quello che sono, come sono e come lo so dire lasciando essere queste parti di me. Altrimenti, se le resisto, restano non espresse, sconosciute anche a me stessa queste parti di me e, se non si compiono, continuano ad insistere, a spingere, a trattenermi su sentieri che invece vanno svelati e percorsi.
Voglio essere, e andare oltre, in una vita che è rendere conosciuto ciò che sta sconosciuto e sopito dentro me. Basta che tu mi permetta questa danza della mia nudità davanti a te nel darti non solo l’abbraccio, ma ciò che più è segreto nella mia anima.
Perché a te? Te lo sei chiesto? Forse perché qualcosa di te e me s’assomiglia? S’incontra al di là della nostra stessa comprensione? Ma poi, che importanza ha capire, spiegare.
L’essere ciò che si è, è già pienezza.
A te cosa ne viene?
Potrai ritrovarti a dire: “Conosco una donna” e nel momento in cui lo dirai a te stesso è dal tuo femminile, quello recessivo, nascosto, silenzioso dentro te, ma presente e necessario alla tua unità interiore, che senti e riconosci il femminile che sei. E compi te stesso. Anche per me così, con questa parte maschile che mi fa riconoscere te, mi attrae, mi fa dire che di te mi piace l’abbraccio, ma in esso m’incanti quando chiedi e quando di me ti prendi cura. Mi piace perché sento il tuo cuore e con la stessa intensità il tuo pensiero e la forza.
Ciò che ci muove non siamo noi, non la nostra sola ragione, né le nostre sole emozioni, è una Forza che viene da prima di noi, ci attraversa, ci chiama e coinvolge, ci porta e se ne va, con noi, traghettandoci oltre.
Sta a noi vivere il suo richiamo e l’avventura d’essere parte del suo fare la Storia. Non più inconsapevoli, ma dal Risveglio interiore, lasciando che Lei stessa, la Forza, costruisca in noi la nostra stessa consapevolezza di essere i creatori, con Lei, dei nostri universi.
Ora…
Voglio che sia come una passeggiata, nel bosco.
Io sono il bosco.
Io sono il bosco, profondo, misterioso, umido, selvaggio e incantato… dolce e profumato.
Tu senti, dentro te, che tanti luoghi conosciuti a te stesso nel profondo di te, ma che non ricordi, il bosco è e custodisce di te. Luoghi in cui già sei ma che ancora non vedi, non tocchi, non gusti come parti di te; luoghi che ti attirano dal fuori di te attraverso me, io che sveglio i tuoi pensieri, le emozioni e i sentimenti… i desideri. I sensi, cominciamo a permetterceli, ma le emozioni e i sentimenti ancora li resistiamo perché ci temiamo in essi, abbiamo paura a lasciarci andare nelle nostre emozioni, temiamo di perdere il controllo di noi stessi, delle nostre vite, di ciò che siamo e abbiamo costruito.
Ma perché dovrei per forza perdere il controllo di me stessa? Questo è un pensare comune da sfatare, e perché dovrei aver paura di un qualcosa di me che mi vuol condurre oltre ciò che già sono e che di buono ho costruito?
È un luogo comune da sfatare il fatto che la novità, quella buona, che fa bene a me, debba per forza rovinare ciò che già c’è, debba per forza condurre separazione, sofferenza, conflitto con ciò che mi sta accanto. No, sta a me, a noi, a ciascuno di noi costruire spazi e tempi possibili in cui, ciò che già c’è, evolva verso il nuovo con dolcezza e serenità.
Diciamolo: “Basta sofferenza, basta conflitti, incomprensioni, tristezza, malinconia, sacrifici, dolore. Basta pensarsi in un’idea riduttiva di se stessi!”. Anzi bisogna dire: “Penso per l’altro che mi sta accanto, il meglio del meglio che posso pensare e desiderare per me. Tutto, nel rispetto reciproco, nella comprensione della libertà mia e dell’altro, nella serenità”.
Così bisogna cominciare a dire, decidendo di non alimentare più pensieri limitanti o negativi.
E il bosco è qui, possibile, invitante, anche lui sì sconosciuto e misterioso, ma non pauroso, né insidioso, non più.
Sento la bontà del bosco che vedo, sento la mia creazione.
Io sono il tuo bosco, ora, domani chissà, altro bosco per te, altro folletto che lo vuole attraversare, per me. E poi… innamorarsi un’altra volta, in un’altra fantasia che ti permetterai con chi, non si sa, e io con chi, non si sa. Tu sarai bosco e lei sarà folletto, o fatina o Cappuccetto Rosso, Bella Addormentata, Penelope, Ofelia, Desdemona, Giulietta, Laura o Beatrice.
Ora il folletto saltellante sei tu, già sei sul limitare del tuo bosco, ne senti il profumo ombroso. La freschezza dell’erba verde, luminosa ti invita. Ti vorresti addormentare sul tappeto morbido di foglie secche, rosse, gialle, sotto gli alberi.
Scruti, non solo con gli occhi, è il tuo sentire che ti guida, ti prende e t’incammina verso un sentiero che intravedi là, appena accennato sulla distesa silenziosa del sottobosco.
Stai andando verso te stesso, mentre le tue mani cominciano ad attraversare la mia pelle.
Il bosco che s’apre sui tuoi passi, tu che vieni, all’invito di profumi umorosi. Il tuo sentire che s’immerge nella freschezza frizzantina: la senti accarezzando i miei capelli, il mio viso.
L’invito continua, si fa più intenso mentre la mia mano sfiora il tuo corpo, quanto mi piace percorrerlo, accarezzarti.
Il bosco… e il bosco sa.
Sento che stai percorrendo un mio sentiero, sento che un folletto allegro e curioso si sta inoltrando nel suo mondo, ancora non sa che è il suo regno. Saltella gioioso il folletto, lascia qua e là baci e carezze, sguardi, richiami, dolcezze, e più.
Ti fermi su una mia, tua distesa verde, gli occhietti rossi delle fragole e dei lamponi t’invitano, i baci si susseguono, gustosi, esilaranti.
Gli occhi chi s’incontrano, sentiamo, sappiamo: “A me piace quello che piace a te. Mi piace giocare con lo Jumanji più bello del mondo, il mio corpo!”.
Vieni allora, inoltrati non in uno ma in tanti miei sentieri, poi segui il tratturo che senti più forte, che più s’inoltra nel profondo del bosco, che più t’attrae nel profondo di te stesso, mentre, con passione adesso, dai il tuo corpo a me che ti consegno il mio corpo.
“Chiudi gli occhi… ”, mi piaci quando dici così e mi vuoi affidata a te oltre me stessa. Insieme, per un tratto di sentiero oscuro, gli alberi fitti, i nostri respiri, il silenzio, far scendere presenza e consapevolezza anche qui.
“Quando fai silenzio è nel mio deserto che mi fai entrare”. Lo vedo, ora, il mio grande silenzio, quello che accompagna i miei giorni, quello che temo ogni momento, con te lo sto attraversando pian piano, nella dolcezza non più nella paura, mi affido a te, mi appoggio a te e muovo i miei passi, respirando piano. Un luogo arido, secco, sterile dentro me, qui in mezzo al verde del bosco. Qui mi raggiunge la tua attenzione e, da questo luogo incolto, escono ora verso te tenerezze, sussurri, qualcosa si scioglie e scorre, acqua e sabbia, acqua, che gonfia un canale che emerge dal profondo, attraversa il prato e s’inoltra tra gli alberi.
La luce non penetra nel sottobosco dove sei, qui ora, con me. Dove siamo, viandanti affidati al sentire dell’altro, tesi a raggiungere un luogo interiore, una casa, un luogo dell’anima.
Qui forze forti e segrete, solo carne che prende e si dà con una sapienza che va oltre ogni parola. Silenzio e presenza, nei baci e negli abbracci: “Ti sento” - “Sì”.
Una luce che s’insinua, chiama, s’apre su una radura incantata nel profondo del bosco, attraversata da quel rivolo d’acqua lucente; prato silenzioso, ampio quel tanto che basta, adesso, per accogliere il cuore che sei, che sono.
L’intensità, la forza e l’emozione che ci attraversano mentre ci tuffiamo nell’erba verde, ci rincorriamo sotto il sole che indora la radura, spegniamo le nostre seti.
Tu mi guardi, aspiri il mio orgasmo e mi possiedi così, nell’incontro che hai intessuto ascoltandomi ad ogni passo del sentiero. Tu sai di me, tu mi conosci. Io so di te.
Ti vedi adesso: vasto, luminoso, vibrante, fatto radura, fatto erba verde che beve intensamente l’aria, l’acqua, fatto rugiada che brilla della luce del sole.
E mentre con me ti vivi, questo cogli di te: “Sono”.
Tutto ciò che sta attorno a te, in un attimo, attraverso me, attraversi e senti di essere.
Ti riconosci, creatore della tua creazione.
Lo confessi a te stesso, mentre il tuo corpo libera lo spirito che plana sul mondo:
“Questo Sono: radura verde, bosco incantato, sorgente, sole che filtra e fa brillare le foglie,
i visi di noi due”.
Questo, io, donna, voglio essere oggi: bosco. Passaggio tra te e l’universo che sta in te.
Domani, nuova avventura, forse il mare o il deserto o l’infinito pieno di stelle, scegli tu.
giovedì 19 marzo 2009
GENIALITA'
Perché Lui o Lei sono diventati dei Geni ?
Perché hanno pensato: “cosa accadrebbe se... "
e si sono permessi i pensieri "altri", "oltre".
I pensieri fuori dall’ ordinario.
(Polimnia)
martedì 17 marzo 2009
Le dimensioni
Dentro di noi ci sono le galassie, siamo noi.
Siamo, sostanzialmente, in tre fondamentali stati di realtà:
1) Quella che cogliamo per prima, la realtà materiale, strutturata su un tempo e spazio, questa che vediamo e consideriamo la nostra realtà.
2) C’è una “Terra di mezzo” tra la realtà e il nostro stato in cui siamo Uno, in cui siamo parte del Tutto, anche se sempre siamo parte del Tutto. La Terra di mezzo è come un palcoscenico. In questo palcoscenico noi “facciamo le prove”, qui noi mettiamo su il progetto, il teatrino, il programma che poi proietteremo fuori nella realtà.
Nella Terra di mezzo noi inventiamo il progetto e anche lo visualizziamo, lo viviamo a livello virtuale.
3) La nostra terza condizione è … la galassia. Al nostro livello di essere galassia (una delle tante che siamo), siamo in un magma, in una specie di pieno energetico.
Pensatevi, visualizzatevi dentro a questa nebulosa fatta di energia, di forze, di protoni, neutroni, fotoni, bosoni, insomma di energie libere e sempre attive che, in base a come noi le visualizziamo e le chiamiamo diventano energia ondulatoria o energia corpuscolare. Quindi il nostro mondo energetico o il nostro mondo materiale, che sono comunque un tutt’uno.
Questi due stati dell’energia: ad onde o a corpuscoli sono i due modi in cui si presenta l’energia a secondo di come l’Osservatore la pensa quando si pone a visualizzare se stesso e il suo mondo (vedi questo nell’esperimento di fisica quantistica).
Allora il punto sta nella Terra di mezzo.
Siamo sempre nel nostro essere galassia, siamo sempre in un pieno energetico, ma continuiamo a visualizzare un progetto che già abbiamo costruito. Agiamo nella nostra Terra di mezzo sempre con lo stesso schema.
Allora la realtà esterna è sempre la stessa, quella che già sperimentiamo.
Come fare per cambiare il progetto, il pensiero, lo schema nella Terra di mezzo, così che poi cambi la sua proiezione nella realtà materiale?
Non si cambia il pensiero nella Terra di mezzo se non si cambia il modo di “sentirsi” e la consapevolezza di sé a livello dell’essere galassia.
Solo la percezione e la sperimentazione dello stato di galassia, di stella, ovvero il “sentire” e rendersi conto che si è un pieno energetico possente e infinito, uno con tutte le altre galassie, fa sì che eleviamo il senso di noi stessi, la nostra autostima, la percezione e l’amore per noi stessi.
Quando sì è elevata la consapevolezza di questo livello, in fondo quando si è ampliata la percezione, il senso, di ciò che si è a livello dell’Anima, allora automaticamente cambiano i livelli e la qualità della Terra di mezzo e quindi della realtà esterna.