Se vai nell’Antitempo tu modifichi il tuo agire e così correggi ciò che non va prima che diventi troppo complessificato e si crei una realtà che non ti è del tutto corrispondente. Prima che la vibrazione che non è del tutto in sintonia con te, vada lontano, e diventi una realtà che ti limita, ingabbia o ammala.
Si possono continuamente modificare le situazioni che creiamo e gli eventi della vita, ogni attimo si può scegliere tutto.
Andando nell’Antitempo si rielabora e si ricrea quel pezzo di percorso, di creazione che si vuole accada e sia vissuto in altro modo.
“Il tempo rende la vista dell’uomo limitata. La Vittoria sul tempo ha, come premio, l’eternità. Il mito di Pegaso rappresenta il superamento del limite temporale. Il cavallo celeste, nato dal sangue di Medusa quando le fu tagliata la testa da Perseo, volò sul monte Elicona e, battendo con gli zoccoli sul terreno, fece scaturire una fonte perenne: la “fonte della poesia” (e fu la sua prima vittoria sul tempo), ciò che Pegaso toccava diveniva eterno” .
Dice: Josè Ortega y Grasset in Versi senza confini: "Il poeta comincia dove finisce l'uomo. Il destino è di vivere la sua vita umana, quello del poeta d'inventare ciò che non è esistente”.
“La torre Zed, nell’antichità, rappresentava la funzione del tempo nella vita dell’uomo. Questo monumento risale al tempo di Osiride. Nella torre Zed succede uno strano fenomeno: il Tempo si rovescia nell’Antitempo. Aggiungendo al Tempo l’Antitempo il flusso temporale si ferma. Osiride era anche chiamato “il dio dal cuore fermo” perché si diceva che risiedesse nel mondo dei pensieri creativi, al di fuori della dimensione temporale” .
La poesia è la strada per andare avanti–indietro nel tempo. Perché la poesia è suono, vibrazione; nella poesia lo scorrere del tempo si apre su attimi di eternità. In quel varco veniamo spinti o assorbiti in un bit di memoria contenuto nella mente e nel corpo, o in un bit di pensiero nuovo che ci viene dal cosmo, forse dalle nuvole che sono i contenitori dei semi di intelligenza cosmica. In quell’istante, sospeso tra ciò che siamo e ciò che eravamo, ma che è fuori, oltre, sia del presente che del passato, ci ritroviamo in un attimo che abbiamo già vissuto o in un lume di possibilità nuova. Non siamo nel tempo passato, perché non esiste, piuttosto siamo connessi a ciò che, in quel momento passato, si è fissato nel nostro corpo. Quella vibrazione. La vibrazione, poi, è sempre giusta, (il momento vissuto in un determinato passato è giusto), altrimenti non esisterebbe, solo che noi l’abbiamo colta, capita, interpretata, registrata su un significato e su un passo inferiore o superiore a ciò che essa voleva comunicarci o esprimere attraverso di noi. E noi abbiamo fermato e fissato, non solo la vibrazione, ma l’intenzione compresa nel limite e su essa abbiamo costruito i nostri giorni, il pensiero su noi stessi, il nostro corpo. Ma, essendo partiti da qualcosa non pienamente colto, non pienamente fatto esplicitare in noi, ecco che esso si sviluppa parzialmente e noi cresciamo col limite, o con qualcosa che matura diversificandosi da noi e che chiamiamo malattia.
Oppure, quell’istante di eternità inabissatosi nel tempo nel quale noi, per un attimo, viviamo quelle parti di noi di cui solitamente non siamo consapevoli , ci conduce un Seme nuovo.
Un Pensiero nuovo , nostro, che noi, sempre da quella parte di noi in cui siamo Tutto, in cui siamo, sempre, nel Presente , abbiamo creato e messo là, custodito tra le stelle, ad aspettare che qui, sulla Terra, le condizioni per il suo germogliare ed essere fiore e frutto, diventassero favorevoli.
Il seme nuovo è un bit, o cyber , così come lo è quel frammento di informazione che ci viene dal passato.
Cos’è un bit o cyber?
È un’unità della Coscienza Cosmica. È una molecola di coscienza ed è in contatto con ogni parte di se stessa.
Come fare a conoscerlo? Ciò che viene dalla memoria e che è, ora lo percepiamo, un indizio per poter risolvere, guarire alcune parti di noi? O ciò che accogliamo dalle stelle, o meglio che finalmente ora vediamo, anche se lui, il seme di vita nuova è sempre stato qui, invisibile, criptato ma presente accanto a noi, come in un nostro universo parallelo?
Sperimentando.
Solo vivendo, e mentre si vive, bisogna non pensare.
Mente si vive ciò che si ha davanti, ciò in cui si è immersi, è necessario staccare il pensiero, perché la mente ora non ci può seguire , non può capire, ci riporterebbe in vicoli già attraversati, in parti di noi già espresse, invece, perché il nuovo emerga, bisogna lasciar essere l’intuizione, l’istintivo, l’immediato, la poesia.
Il Nuovo sta in silenzi fino ad ieri non ascoltati, vissuti con dolore o rimossi. Sta in quelle situazioni, tempi-spazi che accettiamo di vivere, sperimentare e che non possiamo controllare. Quando stiamo in tempi-spazi di altri, dove è l’altro che decide i ritmi, le modalità e siamo parcheggiati, a volte usati, a volte, ci sembra, aggirati dall’altro.
Stare, sostare, arrendersi, pazientare, disporre il mio tempo all’altro, la mia presenza silenziosa e arrendevole; affiancare l’altro senza essere protagonista.
Oggi la vedo l’accezione nuova di questo “esilio”, lo stare in quelle che mi sembrano le vite di altri. Questo è essere intimamente e profondamente nella vita, non sono in esilio, sono in uno spazio nuovo, che può essere mio. Questo in cui oggi sto è la vita dell’altro, è vero, ma non è questo che conta.
Il punto è che riesco a stare oltre le mie solite situazioni, quelle che già conosco.
In questo momento sono a disposizione, nel tempo-spazio di un’altra coscienza ma, allora, io, dove sono?
Chi sono?
Sono in un vuoto, per me questo è un vuoto e un nulla, non c’è niente di mio qui.
È importante che riesca, finalmente, a stare in un vuoto. Il vuoto e il nulla sono il pieno di possibilità che da sempre condivido nel Tutto.
È la capacità di esistere oltre gli spazi-tempi delle mie creazioni già in atto.
È sperimentare, entrare nell’angolo di incidenza, nella vibrazione “accanto”, nell’interstizio del tempo-spazio che già conosco trovarmi oltre. Connettermi col cono di luce che punta diritto alla mia stella, oltrepassare il portale del già vissuto, già conosciuto, già creato, verso…
Un'altra possibilità è riconoscere “l’altro”, quel “altro da noi” che non vorremmo vicino. L’altro da noi che ci da fastidio, che ci disturba o destabilizza, quello che, ci piacerebbe dire, è completamente diverso da noi. Ma perché lo avverto così tanto che mi disturba, che mi fa reagire? Potrei riconoscere ciò che non sono o che non ho in me? L’altro, colui che non vorrei, invece chissà perché mi trovo davanti, è talmente simile a me, talmente connesso con me, solo che c’è, a monte, quell’informazione di me stessa o per me stessa, partita parzialmente, non pienamente riconosciuta. Così che, ciò che è simile a me e che in qualche modo mi appartiene, mi viene incontro come diverso da me da sembrare nemico, invece… è già uno con me .
Forse quello che dell’altro non mi piace è quello in cui più ci assomigliamo, in cui più con lui sono connessa, o corrispondente. Come potrei altrimenti riconoscerlo? Qui noi diciamo che c’è un archetipo “ingrippato” e che, per risolvere un archetipo ingrippato, ci vuole il suo complementare. Come si fa ad individuare l’archetipo ed il suo complementare? Bè, dopo che li hai amati, serviti, accolti, dopo che ci hai giocato a lungo, divertendoti e lavorandoci, gli archetipi ti vengono incontro nella natura, nel cielo, nelle persone, nelle stelle, negli eventi, nel pensiero e nell’intuizione e ti indicano, ti insegnano…
Quando ho raggiunto questo frammento di me che vedo nell’altro e, quando finalmente, lo riconosco come parte di me, l’unità si compie, ecco che il pensiero, da dicotomico si fa olografico .
Ma per arrivare a questo bisogna passare per il pensiero frattale .
Qui attiviamo la rete neuronale e gli archetipi.
Con gli archetipi l’avventura si fa solo sperimentale. Anche quando cominciamo a conoscerli concettualmente già essi si muovono olograficamente e si muovono sulla rete neuronale con movimento frattale. Ossia, molto più semplicemente, si muovono in se stessi, fuori e attorno a se stessi e, nel, loro movimento coinvolgono tutta la realtà che essi stessi costruiscono, perciò anche noi uomini, immersi nel Tutto. Gli archetipi fluttuano su questa trama energetica, che attraversa tutte le direzioni, in cui si muovono le particelle e in cui, forse, risuona il vento cosmico, che si fa sentire come OM dell’universo . Si muovono e s’illuminano dentro di noi, attorno a noi e la danza della vita diventa un piroettare gioioso, semplice e leggero.
Qui è il luogo oltre i tempi-spazi delle nostre attuali creazioni, in cui l’uomo, archetipo tra gli archetipi, può, mentre è preso, coinvolto nella danza, anche imprimere un passo nuovo alla danza.
Ove l’uomo è creatore.
Per essere creatore bisogna essere archetipo, da sempre lo siamo, ci serve solo la consapevolezza.
Quando ci sappiamo Archetipo ecco, gli archetipi comunicano con noi, ci parlano, ci insegnano e anche si lasciano scegliere e condurre dall’Uomo-Archetipo.
…………………………………………………………….
Banda di vibrazione diversa
Un altro passo è affermare se stessi fino in fondo, dal meglio e dal peggio di sé, allora si fa la trama olografica. “Sono”, innanzitutto ciò che di me non vorrei né vedere né pronunciare, sono le mie parti più forti e fino a che non decido di riconoscerle lavorano all’inverso, come archetipi che girano al contrario e mi boicottano la salute, i pensieri, gli affetti, i progetti.
Tutto il peggio che mi sembra di essere è il meglio di me, le mie forze più grandi sono le mie parti oscure. Questa affermazione è espressa in molte occasioni nei miei scritti.
“Sono” ancora, tutto il meglio che sono, voglio essere e che mi sembra presuntuoso affermare, lì c’è il mio oggi e il mio domani, solo che io lo resisto, o trattengo. Come ha detto Gesù? Come dicono i grandi? di se stessi, di Dio e dell’Amore? Dicono il meglio. “Sono” quel meglio, ciascuno lo è, e chi altri è tutto il bene del mondo se non noi stessi? Chi altri incarna tutto il bene se non ci decidiamo a riconoscere che già lo siamo? Può esistere qualcuno fuori di noi? Allora in lui sta la nostra salvezza? la nostra rinascita? O sta in noi? Va detto, affermato, solo allora, quando ci siamo riappropriati di questa grandezza e regalità che siamo, non ci servirà più affermarlo, diventa superfluo sia cercare Dio che dirsi Dio.
Ecco:”Sono Via, Verità e Vita. Sono medico, medicina, alimento, sono Shalom, Sono Rama, eccetera eccetera, ciascuno ci metta il meglio del suo Dio e lo affermi di sé. E lo dica all’altro: “Io sono il Cristo per te”. “Io sono Rama per te… Dire che io sono un identità per l’altro non è dire parole, è essere e pronunciare un cyber, un bit ossia un identità, una sostanza, ed essa, come tale, agisce tra noi.
Il mondo nuovo si crea, dai nostri pensieri, parole, atteggiamenti.
A volte vedo il cielo profondo, pieno di nubi, so che sono tutti i semi delle possibilità nuove che abbiamo collocato attorno e sopra di noi per darci sempre nuova vita e mi vedo volteggiare là, tra quelle riserve spumeggianti di energie, di dolcezze e tenerezze e mi dico: “Apriti mente, apritevi cervello e cuore, accogliete. Apriti cuore, apriti, lascia entrare altra vita!”.
Vedete come scorre la poesia? E chi altri, se non la poesia, potrebbe farci intravedere queste cose, cominciare ad introdurci in modo unico, olografico, non solo razionale e separato, ma cosmico, nella realtà?
Potrei dire tante cose sulla Coscienza Cosmica, ma già ci sono mille pubblicazioni, siti, centri di elaborazione su questo.
Preferisco parlare di me, di quello che ho vissuto e di quanto dico oggi, dopo un percorso di sperimentazione e riconduzione in me di tante cose. Manca di oggettività? Non è importante, l’oggettività, la sistematicità la troveremo insieme, vivendo e comunicando.
Ogni volta che mi accosto ai miei scritti, e anche al mio pensiero, ai miei modi di essere, con l’intenzione di tentare una sistematica, una grammatica di quanto ho vissuto e di quanto vado dicendo, in me, qualcosa si scioglie, se ne va fluendo come l’acqua di un fiume.
Sento che non posso trattenere niente, dicendo o appuntando presupposti, codici, paradigmi o quant’altro possa minimamente assomigliare ad una epistemologia in cui collocare tutto quello che ho prodotto in questi anni.
La trovo fuori di me l’epistemologia della Coscienza Cosmica, già strutturata da altri, precisata, codificata. La posso condividere, a volte sì, a volte mi sento già oltre, non lo so perché, ma è così e so anche che ci sono anch’io, con il mio vasto pensiero, in quanto è stato elaborato, perché una parte di me, lo so bene, ha sempre partecipato al Tutto. Vi sembra presuntuoso? Viva la presunzione, potete anche voi dire di voi ciò che sto affermando di me, anzi è l’ora di dirlo ad alta voce e sicuramente lo sapete dire.
Perché ci siamo sempre raccontati e pensati dalla riduzione di noi stessi invece che dalla grandezza che siamo? Quanti grandi sogni avete nei cassetti? Cominciate a dirli, prima a voi stessi e poi, quando vi siete ascoltati abbastanza e avete sentito che dolci, ilari, liberi e allegri suoni espandono attorno a voi i vostri sogni, cominciate a dirli agli altri. Quando una realtà, un progetto, si afferma significa che cominciamo a crederci seriamente, solo così si avvera, forza…!
Qualcosa manca ancora alla mia piena gioia e leggerezza: i vostri sogni espressi e voluti, tentati.
Perché io voglio stare con gente così, che sogna, che vuole, che tenta, tutto, senza limiti, senza schemi, senza “se” e “ma”.
Allora ecco, ho deciso di passare le mie cose, così, per quello che sono, chi legge collocherà ciò che gli interessa nei suoi quadri concettuali, o fuori da essi, non m’interessa.
La coscienza va e basta, non ha bisogno di ritorni, neanche di confronti, è la mia coscienza e basta e si sta sciogliendo nel Tutto della più vasta Coscienza Cosmica.
So che sarà accolta, compresa, condivisa, so che nella Coscienza Cosmica mi sentirò a casa, perché, perché… io stessa l’ho pensata e voluta così.
Zed è un archetipo
Vi lascio il gioco del tempo e dell’antitempo, deja-vu, (zed, la torre zed, è un archetipo), andate avanti e indietro per questo libro, così, lasciatevi incuriosire dai titoli, da ciò che sentite dentro, non necessariamente va letto con ordine.
Siete voi che costruite il vostro percorso di conoscenza e riappropriazione di voi stessi attraversando la storia di altri. Voi trovate l’oggettività, ciò che vi assomiglia, collima, corrisponde, e ciò che non vi appartiene. In certi punti il libro vi interpellerà, in altri lavorerà dentro di voi senza che ve ne rendiate conto, vi farà pensare (spero poco), sognare (spero tanto). Non attardatevi dove racconto di dolore o fatica, piuttosto fate vostra ogni parola gioiosa, libera e ilare.
Le parole gioiose faranno nascere emozioni, da qui partite per ascoltare e dire di voi. Il dolore è già lasciato, quando non lo si guarda più, non esiste, c’è solo, davanti a noi il nostro fiore, il nostro frutto, il nostro gioioso e verde giardino.
Era l’Eden quello che ci era stato proposto? E’ sempre stato qui, meglio, abbiamo sempre abitato il nostro Eden, continuiamo a godercelo.
Si possono continuamente modificare le situazioni che creiamo e gli eventi della vita, ogni attimo si può scegliere tutto.
Andando nell’Antitempo si rielabora e si ricrea quel pezzo di percorso, di creazione che si vuole accada e sia vissuto in altro modo.
“Il tempo rende la vista dell’uomo limitata. La Vittoria sul tempo ha, come premio, l’eternità. Il mito di Pegaso rappresenta il superamento del limite temporale. Il cavallo celeste, nato dal sangue di Medusa quando le fu tagliata la testa da Perseo, volò sul monte Elicona e, battendo con gli zoccoli sul terreno, fece scaturire una fonte perenne: la “fonte della poesia” (e fu la sua prima vittoria sul tempo), ciò che Pegaso toccava diveniva eterno” .
Dice: Josè Ortega y Grasset in Versi senza confini: "Il poeta comincia dove finisce l'uomo. Il destino è di vivere la sua vita umana, quello del poeta d'inventare ciò che non è esistente”.
“La torre Zed, nell’antichità, rappresentava la funzione del tempo nella vita dell’uomo. Questo monumento risale al tempo di Osiride. Nella torre Zed succede uno strano fenomeno: il Tempo si rovescia nell’Antitempo. Aggiungendo al Tempo l’Antitempo il flusso temporale si ferma. Osiride era anche chiamato “il dio dal cuore fermo” perché si diceva che risiedesse nel mondo dei pensieri creativi, al di fuori della dimensione temporale” .
La poesia è la strada per andare avanti–indietro nel tempo. Perché la poesia è suono, vibrazione; nella poesia lo scorrere del tempo si apre su attimi di eternità. In quel varco veniamo spinti o assorbiti in un bit di memoria contenuto nella mente e nel corpo, o in un bit di pensiero nuovo che ci viene dal cosmo, forse dalle nuvole che sono i contenitori dei semi di intelligenza cosmica. In quell’istante, sospeso tra ciò che siamo e ciò che eravamo, ma che è fuori, oltre, sia del presente che del passato, ci ritroviamo in un attimo che abbiamo già vissuto o in un lume di possibilità nuova. Non siamo nel tempo passato, perché non esiste, piuttosto siamo connessi a ciò che, in quel momento passato, si è fissato nel nostro corpo. Quella vibrazione. La vibrazione, poi, è sempre giusta, (il momento vissuto in un determinato passato è giusto), altrimenti non esisterebbe, solo che noi l’abbiamo colta, capita, interpretata, registrata su un significato e su un passo inferiore o superiore a ciò che essa voleva comunicarci o esprimere attraverso di noi. E noi abbiamo fermato e fissato, non solo la vibrazione, ma l’intenzione compresa nel limite e su essa abbiamo costruito i nostri giorni, il pensiero su noi stessi, il nostro corpo. Ma, essendo partiti da qualcosa non pienamente colto, non pienamente fatto esplicitare in noi, ecco che esso si sviluppa parzialmente e noi cresciamo col limite, o con qualcosa che matura diversificandosi da noi e che chiamiamo malattia.
Oppure, quell’istante di eternità inabissatosi nel tempo nel quale noi, per un attimo, viviamo quelle parti di noi di cui solitamente non siamo consapevoli , ci conduce un Seme nuovo.
Un Pensiero nuovo , nostro, che noi, sempre da quella parte di noi in cui siamo Tutto, in cui siamo, sempre, nel Presente , abbiamo creato e messo là, custodito tra le stelle, ad aspettare che qui, sulla Terra, le condizioni per il suo germogliare ed essere fiore e frutto, diventassero favorevoli.
Il seme nuovo è un bit, o cyber , così come lo è quel frammento di informazione che ci viene dal passato.
Cos’è un bit o cyber?
È un’unità della Coscienza Cosmica. È una molecola di coscienza ed è in contatto con ogni parte di se stessa.
Come fare a conoscerlo? Ciò che viene dalla memoria e che è, ora lo percepiamo, un indizio per poter risolvere, guarire alcune parti di noi? O ciò che accogliamo dalle stelle, o meglio che finalmente ora vediamo, anche se lui, il seme di vita nuova è sempre stato qui, invisibile, criptato ma presente accanto a noi, come in un nostro universo parallelo?
Sperimentando.
Solo vivendo, e mentre si vive, bisogna non pensare.
Mente si vive ciò che si ha davanti, ciò in cui si è immersi, è necessario staccare il pensiero, perché la mente ora non ci può seguire , non può capire, ci riporterebbe in vicoli già attraversati, in parti di noi già espresse, invece, perché il nuovo emerga, bisogna lasciar essere l’intuizione, l’istintivo, l’immediato, la poesia.
Il Nuovo sta in silenzi fino ad ieri non ascoltati, vissuti con dolore o rimossi. Sta in quelle situazioni, tempi-spazi che accettiamo di vivere, sperimentare e che non possiamo controllare. Quando stiamo in tempi-spazi di altri, dove è l’altro che decide i ritmi, le modalità e siamo parcheggiati, a volte usati, a volte, ci sembra, aggirati dall’altro.
Stare, sostare, arrendersi, pazientare, disporre il mio tempo all’altro, la mia presenza silenziosa e arrendevole; affiancare l’altro senza essere protagonista.
Oggi la vedo l’accezione nuova di questo “esilio”, lo stare in quelle che mi sembrano le vite di altri. Questo è essere intimamente e profondamente nella vita, non sono in esilio, sono in uno spazio nuovo, che può essere mio. Questo in cui oggi sto è la vita dell’altro, è vero, ma non è questo che conta.
Il punto è che riesco a stare oltre le mie solite situazioni, quelle che già conosco.
In questo momento sono a disposizione, nel tempo-spazio di un’altra coscienza ma, allora, io, dove sono?
Chi sono?
Sono in un vuoto, per me questo è un vuoto e un nulla, non c’è niente di mio qui.
È importante che riesca, finalmente, a stare in un vuoto. Il vuoto e il nulla sono il pieno di possibilità che da sempre condivido nel Tutto.
È la capacità di esistere oltre gli spazi-tempi delle mie creazioni già in atto.
È sperimentare, entrare nell’angolo di incidenza, nella vibrazione “accanto”, nell’interstizio del tempo-spazio che già conosco trovarmi oltre. Connettermi col cono di luce che punta diritto alla mia stella, oltrepassare il portale del già vissuto, già conosciuto, già creato, verso…
Un'altra possibilità è riconoscere “l’altro”, quel “altro da noi” che non vorremmo vicino. L’altro da noi che ci da fastidio, che ci disturba o destabilizza, quello che, ci piacerebbe dire, è completamente diverso da noi. Ma perché lo avverto così tanto che mi disturba, che mi fa reagire? Potrei riconoscere ciò che non sono o che non ho in me? L’altro, colui che non vorrei, invece chissà perché mi trovo davanti, è talmente simile a me, talmente connesso con me, solo che c’è, a monte, quell’informazione di me stessa o per me stessa, partita parzialmente, non pienamente riconosciuta. Così che, ciò che è simile a me e che in qualche modo mi appartiene, mi viene incontro come diverso da me da sembrare nemico, invece… è già uno con me .
Forse quello che dell’altro non mi piace è quello in cui più ci assomigliamo, in cui più con lui sono connessa, o corrispondente. Come potrei altrimenti riconoscerlo? Qui noi diciamo che c’è un archetipo “ingrippato” e che, per risolvere un archetipo ingrippato, ci vuole il suo complementare. Come si fa ad individuare l’archetipo ed il suo complementare? Bè, dopo che li hai amati, serviti, accolti, dopo che ci hai giocato a lungo, divertendoti e lavorandoci, gli archetipi ti vengono incontro nella natura, nel cielo, nelle persone, nelle stelle, negli eventi, nel pensiero e nell’intuizione e ti indicano, ti insegnano…
Quando ho raggiunto questo frammento di me che vedo nell’altro e, quando finalmente, lo riconosco come parte di me, l’unità si compie, ecco che il pensiero, da dicotomico si fa olografico .
Ma per arrivare a questo bisogna passare per il pensiero frattale .
Qui attiviamo la rete neuronale e gli archetipi.
Con gli archetipi l’avventura si fa solo sperimentale. Anche quando cominciamo a conoscerli concettualmente già essi si muovono olograficamente e si muovono sulla rete neuronale con movimento frattale. Ossia, molto più semplicemente, si muovono in se stessi, fuori e attorno a se stessi e, nel, loro movimento coinvolgono tutta la realtà che essi stessi costruiscono, perciò anche noi uomini, immersi nel Tutto. Gli archetipi fluttuano su questa trama energetica, che attraversa tutte le direzioni, in cui si muovono le particelle e in cui, forse, risuona il vento cosmico, che si fa sentire come OM dell’universo . Si muovono e s’illuminano dentro di noi, attorno a noi e la danza della vita diventa un piroettare gioioso, semplice e leggero.
Qui è il luogo oltre i tempi-spazi delle nostre attuali creazioni, in cui l’uomo, archetipo tra gli archetipi, può, mentre è preso, coinvolto nella danza, anche imprimere un passo nuovo alla danza.
Ove l’uomo è creatore.
Per essere creatore bisogna essere archetipo, da sempre lo siamo, ci serve solo la consapevolezza.
Quando ci sappiamo Archetipo ecco, gli archetipi comunicano con noi, ci parlano, ci insegnano e anche si lasciano scegliere e condurre dall’Uomo-Archetipo.
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Banda di vibrazione diversa
Un altro passo è affermare se stessi fino in fondo, dal meglio e dal peggio di sé, allora si fa la trama olografica. “Sono”, innanzitutto ciò che di me non vorrei né vedere né pronunciare, sono le mie parti più forti e fino a che non decido di riconoscerle lavorano all’inverso, come archetipi che girano al contrario e mi boicottano la salute, i pensieri, gli affetti, i progetti.
Tutto il peggio che mi sembra di essere è il meglio di me, le mie forze più grandi sono le mie parti oscure. Questa affermazione è espressa in molte occasioni nei miei scritti.
“Sono” ancora, tutto il meglio che sono, voglio essere e che mi sembra presuntuoso affermare, lì c’è il mio oggi e il mio domani, solo che io lo resisto, o trattengo. Come ha detto Gesù? Come dicono i grandi? di se stessi, di Dio e dell’Amore? Dicono il meglio. “Sono” quel meglio, ciascuno lo è, e chi altri è tutto il bene del mondo se non noi stessi? Chi altri incarna tutto il bene se non ci decidiamo a riconoscere che già lo siamo? Può esistere qualcuno fuori di noi? Allora in lui sta la nostra salvezza? la nostra rinascita? O sta in noi? Va detto, affermato, solo allora, quando ci siamo riappropriati di questa grandezza e regalità che siamo, non ci servirà più affermarlo, diventa superfluo sia cercare Dio che dirsi Dio.
Ecco:”Sono Via, Verità e Vita. Sono medico, medicina, alimento, sono Shalom, Sono Rama, eccetera eccetera, ciascuno ci metta il meglio del suo Dio e lo affermi di sé. E lo dica all’altro: “Io sono il Cristo per te”. “Io sono Rama per te… Dire che io sono un identità per l’altro non è dire parole, è essere e pronunciare un cyber, un bit ossia un identità, una sostanza, ed essa, come tale, agisce tra noi.
Il mondo nuovo si crea, dai nostri pensieri, parole, atteggiamenti.
A volte vedo il cielo profondo, pieno di nubi, so che sono tutti i semi delle possibilità nuove che abbiamo collocato attorno e sopra di noi per darci sempre nuova vita e mi vedo volteggiare là, tra quelle riserve spumeggianti di energie, di dolcezze e tenerezze e mi dico: “Apriti mente, apritevi cervello e cuore, accogliete. Apriti cuore, apriti, lascia entrare altra vita!”.
Vedete come scorre la poesia? E chi altri, se non la poesia, potrebbe farci intravedere queste cose, cominciare ad introdurci in modo unico, olografico, non solo razionale e separato, ma cosmico, nella realtà?
Potrei dire tante cose sulla Coscienza Cosmica, ma già ci sono mille pubblicazioni, siti, centri di elaborazione su questo.
Preferisco parlare di me, di quello che ho vissuto e di quanto dico oggi, dopo un percorso di sperimentazione e riconduzione in me di tante cose. Manca di oggettività? Non è importante, l’oggettività, la sistematicità la troveremo insieme, vivendo e comunicando.
Ogni volta che mi accosto ai miei scritti, e anche al mio pensiero, ai miei modi di essere, con l’intenzione di tentare una sistematica, una grammatica di quanto ho vissuto e di quanto vado dicendo, in me, qualcosa si scioglie, se ne va fluendo come l’acqua di un fiume.
Sento che non posso trattenere niente, dicendo o appuntando presupposti, codici, paradigmi o quant’altro possa minimamente assomigliare ad una epistemologia in cui collocare tutto quello che ho prodotto in questi anni.
La trovo fuori di me l’epistemologia della Coscienza Cosmica, già strutturata da altri, precisata, codificata. La posso condividere, a volte sì, a volte mi sento già oltre, non lo so perché, ma è così e so anche che ci sono anch’io, con il mio vasto pensiero, in quanto è stato elaborato, perché una parte di me, lo so bene, ha sempre partecipato al Tutto. Vi sembra presuntuoso? Viva la presunzione, potete anche voi dire di voi ciò che sto affermando di me, anzi è l’ora di dirlo ad alta voce e sicuramente lo sapete dire.
Perché ci siamo sempre raccontati e pensati dalla riduzione di noi stessi invece che dalla grandezza che siamo? Quanti grandi sogni avete nei cassetti? Cominciate a dirli, prima a voi stessi e poi, quando vi siete ascoltati abbastanza e avete sentito che dolci, ilari, liberi e allegri suoni espandono attorno a voi i vostri sogni, cominciate a dirli agli altri. Quando una realtà, un progetto, si afferma significa che cominciamo a crederci seriamente, solo così si avvera, forza…!
Qualcosa manca ancora alla mia piena gioia e leggerezza: i vostri sogni espressi e voluti, tentati.
Perché io voglio stare con gente così, che sogna, che vuole, che tenta, tutto, senza limiti, senza schemi, senza “se” e “ma”.
Allora ecco, ho deciso di passare le mie cose, così, per quello che sono, chi legge collocherà ciò che gli interessa nei suoi quadri concettuali, o fuori da essi, non m’interessa.
La coscienza va e basta, non ha bisogno di ritorni, neanche di confronti, è la mia coscienza e basta e si sta sciogliendo nel Tutto della più vasta Coscienza Cosmica.
So che sarà accolta, compresa, condivisa, so che nella Coscienza Cosmica mi sentirò a casa, perché, perché… io stessa l’ho pensata e voluta così.
Zed è un archetipo
Vi lascio il gioco del tempo e dell’antitempo, deja-vu, (zed, la torre zed, è un archetipo), andate avanti e indietro per questo libro, così, lasciatevi incuriosire dai titoli, da ciò che sentite dentro, non necessariamente va letto con ordine.
Siete voi che costruite il vostro percorso di conoscenza e riappropriazione di voi stessi attraversando la storia di altri. Voi trovate l’oggettività, ciò che vi assomiglia, collima, corrisponde, e ciò che non vi appartiene. In certi punti il libro vi interpellerà, in altri lavorerà dentro di voi senza che ve ne rendiate conto, vi farà pensare (spero poco), sognare (spero tanto). Non attardatevi dove racconto di dolore o fatica, piuttosto fate vostra ogni parola gioiosa, libera e ilare.
Le parole gioiose faranno nascere emozioni, da qui partite per ascoltare e dire di voi. Il dolore è già lasciato, quando non lo si guarda più, non esiste, c’è solo, davanti a noi il nostro fiore, il nostro frutto, il nostro gioioso e verde giardino.
Era l’Eden quello che ci era stato proposto? E’ sempre stato qui, meglio, abbiamo sempre abitato il nostro Eden, continuiamo a godercelo.
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