Montaigne Saint Victoire (Cézanne)

Montaigne Saint Victoire (Cézanne)
La Coscienza di Cézanne è sempre con me

domenica 1 giugno 2008

LA MORALE



Non farò una relazione strutturata, ma dei pensieri, oggi tutto è da rivedere e non so se sarà più possibile dare un quadro oggettivo e sistematico delle cose, perché, oggi, la persona, il soggetto, l’anima “con la sua individualità” entra prepotentemente e giustamente nel mondo del pensiero e dell’autorevolezza per cui, date alcune linee di fondo, il resto diventa personale ed originale.

Detto questo cito dallo ZEN

“La morale ha ristretto il nettare e l’energia della vita agli angusti confini della mente. Lì non può fluire, pertanto questa dimensione in noi è diventata come una vecchia prugna rinsecchita.
Il comportamento dell’uomo morale riflette buone maniere, rigidità e severità.
È una persona sempre pronta a vedere ogni situazione come nera o bianca, senza l’attenuante della sfera personale, delle emozioni e dei sentimenti.

La morale è annidata nella mente di ognuno di noi, poiché siamo stati allevati con rigide idee di ciò che è bene e di ciò che è male, di peccato e virtù, di accettato e di inaccettabile, di morale e di immorale.
È importante ricordare che tutti questi giudizi della mente non sono altro che frutti del nostro condizionamento. E, sia che i nostri giudizi vengano riferiti a noi stessi o agli altri, essi impediscono l’esperienza del bello e del divino che dimora in ognuno di noi.

Solo quando spezziamo la gabbia del nostro condizionamento e raggiungiamo la verità dei nostri cuori, possiamo iniziare a vedere la vita per ciò che è realmente”.


Da Osho:

“Bodhidharma… trascende di gran lunga i moralisti, i puritani, le cosiddette “brave persone”, i benefattori. Egli ha toccato il problema alla radice.
Se in te non prende vita la consapevolezza, tutta la tua morale è falsa, tutta la tua cultura non è altro che uno strato sottile che può essere distrutto da chiunque. Ma se la tua morale sgorga dalla tua consapevolezza, e non da una precisa disciplina, allora è una questione del tutto diversa.
In questo caso, risponderai ad ogni situazione in base alla tua consapevolezza. E qualsiasi cosa farai sarà buona. La consapevolezza non può fare alcunché di male, questa è la suprema bellezza della consapevolezza: qualsiasi cosa scaturisca da lei è semplicemente bella, è semplicemente giusta, e senza che si debbano fare sforzi, senza pratica alcuna.
Pertanto, anziché potare le foglie e i rami, taglia la radice. E per tagliare la radice esiste un solo e unico metodo: essere all’erta, essere consapevole, essere cosciente”.
Aggiungo:

Abbiamo la morale naturale, questa ci basta, per vivere in comunità.
La morale naturale è stata sintetizzata e organizzata nei 10 comandamenti della Bibbia, e anche là ci sarebbe da dire, sono già troppi, ma sono stati dati ad un popolo in un momento molto problematico in cui bisognava preoccuparsi della sopravvivenza in condizioni di vita estrema, quindi qualche regola in più c’è voluta, dato l’ambiente ostile.

Direi che tutto ruota attorno al fatto che: “la mia libertà finisce dove comincia la tua” e viceversa, e che il valore unico ed insostituibile resta La Vita, insieme con il rispetto e la considerazione della linea genitoriale da considerare perché da quel canale vengono le grandi energie dell’universo, e questo la scienza lo dice bene.

C’è poi il comandamento “Io sono il Signore Dio tuo” che resta vero e sacrosanto, solo che quel Dio sta dentro di noi, non sugli altari, né nei templi, eccetera, e che tale Dio è semplicemente la Forza Vitale che sta in noi e che va riconosciuta come il Sole in noi, la Forza intelligente e propulsiva che ci fa nascere e che ci sostiene ogni momento.
Questo lo dicono bene le antiche scuole esoteriche.

Allora ecco che non c’è nessuno sopra di me che può dirmi chi sono e come debbo agire, ma è anche vero che nasco inconsapevole e debbo fare il cammino interiore per conoscermi, sapere chi sono e cosa c’è dentro e attorno a me. Solo dal cammino interiore comprendo la mia dimensione divina, “io sono il creatore di me stesso”, ma questo io non è l’io individuale, mentale, razionale, cui siamo abituati a pensarci soprattutto noi occidentali, bensì il Sé Superiore, l’Intelligenza Cosmica, collettiva,… questo dicono le antiche scuole.

Quando, nel mio percorso di consapevolezza colgo il mio sé, UNO col Sé Superiore, comprendo e metto al giusto posto la mia individualità e la mia essenza divina e cosmica e so a chi dare ascolto ed autorevolezza.
Ecco che dentro sta il Maestro e l’indicazione di percorso.

Il Sé Superiore, o Sé divino non separa. Mi fa cogliere me stessa dalla mia unità, dall’Uno che sono con l’universo per cui in questa unità ecco che tutto diventa “buono”, “giusto”, vero e possibile, altrimenti non esisterebbe! Tutto ciò che c’è e che ogni giorno viene alla luce, sia nei miei pensieri che nel mondo è “buono e giusto”, la Bibbia dice “e Dio vide che era cosa buona”.
Una cosa che non fosse bella e buona non esisterebbe! Proprio perché nell’atto creativo non può esserci separazione, quindi non possono essere creati esseri, cose, atteggiamenti e comportamenti non buoni.

Sì, mi dirai, ma la ricaduta di certi comportamenti è dannosa, è sofferenza. Qui entriamo in una lettura e comprensione della realtà che posso fare in un secondo discorso, ma posso anticipare che la visione esoterica ed alchemica della realtà sa che tutto è energia, e che, quando ogni situazione o fatto lo riconduci alla sua energia ne vedi altri sensi e significati che sono in connessione col Tutto e che nel Tutto trovano appunto una ragionevolezza.

La consapevolezza di essere Una col tutto, sta ad un livello del mio essere in cui non ci sono limiti e confini, né dentro di me nel mio desiderare, pensare e volere, né fuori di me nel mio pormi al mondo (se tengo presente il livello della mia unità al Tutto).
Poi però, io mi vivo a livello di persona, nella concretezza di una condizione storica e qui, tra me e me stessa, tra me e gli altri tra me e il mondo, se tengo viva la mia consapevolezza di essere una col Tutto, mi colgo nella distinzione dall’altro da me; se sono inconsapevole di essere parte del Tutto mi colgo come separata dal Tutto.

Questa è la scissione, questa è la separazione, la schizofrenia che abbiamo ingigantito sempre più, per la quale qualcuno si è sentito il dovere e il diritto di arrogarsi il compito di fare da mediatore e si è posto tra il singolo, la persona e la sua capacità di gestire se stessa nel mondo, e ciò che la persona deve pensare di sé e fare nel mondo.

Ecco le religioni, i maestri esteriori e le regole. Ecco la morale appiccicata all’esterno dell’uomo, che ha portato all’incoscienza del valore e della grandezza e potenza della singola persona nonché della sua capacità intrinseca di discernimento. E che ha creato dipendenza e ricatti così le persone non sanno più chi sono, né sanno pensare con la propria testa ed agire assumendosi la responsabilità ultima del proprio agire.

La conseguenza di questa regolazione ed omologazione della collettività umana ha fatto entrare nel mondo il giudizio, il controllo, la dipendenza e, come conseguenza grave, il soffocamento di tutte le forze vitali e del mondo della soggettività, dell’originalità e singolarità delle persone. Il mondo della fantasia, del gioco, della creatività, della magia della vita.
Da qui derivano le malattie e i problemi, perché l’uomo non ha più saputo attingere alle sue grandi risorse interiori e alle sue potenzialità. Non ha più saputo credere in se stesso innanzitutto, ma s’è visto dallo schema della riduttività.

Personalmente penso, comunque, che tutto questo abbia avuto un senso sennò non sarebbe accaduto, per cui oggi io mi pongo non in conflitto o in giudizio col mondo delle religioni e dei poteri esteriori, sono stati anch’essi un frutto del nostro cammino verso la consapevolezza, e solo nel momento in cui la smetteremo di giudicare e confliggere con queste forze dei vari poteri gli toglieremo “il potere” perché, “non guardandole” toglieremo loro l’energia. Questo deriva da un principio della fisica quantistica.

Piuttosto, importante è che cominciamo a guardare all’interno, in noi stessi e là troveremo le risposte a ciò che siamo e a come orientare il nostro agire.
È una questione di Forze: nel momento in cui spostiamo l’attenzione dal fuori al dentro troviamo la via.
Ecco che, nel momento in cui non pongo più lo sguardo alla morale esteriore, mi guardo dentro, ritrovo la semplice ed essenziale legge naturale, che mi basta come orientamento di massima, che resta sacrosanta, e su tutto il resto non do più il fianco a presunti maestri esteriori ma cerco dentro di me il Maestro.

Dice la Tavola di Smeraldo: “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso. Ciò che è dentro è come ciò che è fuori”.

Questo diventa la via e il confronto, sia per conoscere me stessa ogni giorno di più, sia per il mio agire.



Morale è: caricare su un altro la responsabilità di ciò che si è.
A questo punto pago la “mora”, una tangente all’altro, al quale faccio fare il lavoro che io dovrei fare. A partire dal lavoro del riconoscimento di me stessa, del costruire la mia autostima e quindi tutta la responsabilità di trafficare me stessa con il mondo per dire, concretamente, ciò che sono e che di me ho visto.

Quando io ho una comprensione di me e della realtà non alimentata dall’autostima e cerco nell’altro la conferma e l’aiuto a creare e realizzare lo sviluppo di quel pensiero e progetto, e pongo aspettative sull’altro, là, do il potere, che è il mio, all’altro, nasce la mia dipendenza e “il rapporto morale”

“mora” ossia: i sacrifici, le decime, le tasse… il lavoro come dovere e fatica e così tutte le altre attività diventano impostate non sulla realizzazione della persona ma sul “dover essere”.

Ecco che la vita sociale, le sue dinamiche, non quelle relazionali volte alla comunione e allo sviluppo delle persone, ma quelle legate alla funzionalità e alla sopravvivenza di un sistema sociale ed economico, prendono il sopravvento. E non ce ne rendiamo conto. Spostati sui doveri, sulla necessità di avvalorare e confermare un sistema e non a considerare il sistema, ossia l’esterno a noi stessi, “in funzione alla persona”.

Gesù dice : “il sabato per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.

Teniamo conto che Gesù, conosciuto oltre la sola interpretazione dei Vangeli canonici, si fa apprezzare per una persona che ben conosceva la sapienza profonda di Israele, quella che deriva dalla Kabbalà, dalle scuola esoteriche, non tanto quella sacerdotale legata al potere e alla politica.


Ad un certo punto all’umanità è accaduto questo, e siamo passati dall’avere il coraggio (anche la presunzione intesa nella sua accezione positiva[1]), la determinazione e la centratura del creare realtà con il nostro pensiero d’oro[2], al delegare all’altro questa chiarezza di intenti e certezza di poterlo fare.

Una parte di umanità s’è presa questo compito e pian piano siamo passati a credere nella legittimità e istituzionalità di questa funzione che è il maestro esteriore, l’autorità, il potere, i servizi istituzionalizzati e tutto ciò che altro non è che la deresponsabilizzazzione del singolo che ha origine nella mancanza di autostima, che a sua volta si genera nella non consapevolezza di ciò che si è a livello ontologico-filosofico-esistenziale.

- Come ritrovare dentro noi stessi la consapevolezza di ciò che si è a livello ontologico-filosofico-esistenziale?

Con la conoscenza e la sperimentazione degli Archetipi, e non mi riferisco agli archetipi già strutturati in identità e personaggi, in modelli di pensiero e di espressione delle dimensioni umane (tipo il cavaliere, l’eroe, la fata, l’angelo, il salvatore… o i personaggi della mitologia e dell’epica, o le personalità associate agli animali, tutti questi sono già miti più complessificati, mediati dal pensiero e dagli schemi di pensiero della cultura di appartenenza) per archetipi intendo i segni, gli alfabeti, accostati semplicemente, ma non meno sostanzialmente, nel loro darsi graficamente, cromaticamente, a noi.

Nel loro darsi all’esistenza, in noi, che li poniamo in esistenza, nel loro “farsi” in un tempo-spazio e in una vibrazione (suono e colore), che li pone in essere, nel nostro essere (e dico “essere” perché sto cogliendo l’uomo dalla sua interezza di corpo, mente e anima).

Trovo in Gerald Maurice Edelman
[3] una strada per dare ragione del mio indicare gli archetipi fondamentali come via per la consapevolezza di se stessi.

Cito dal Corriere della sera: «(Edelman) sottraendo il linguaggio a ogni prospettiva platonica o “mentalista”, lo inquadra come approdo di un processo passato per la stazione eretta dello scheletro, l’evoluzione del tratto sopralaringeo, l’espansione della corteccia e culminato nel formarsi di schemi cerebrali pre-sintattici a partire da quelli sulla regolazione della azioni senso-motorie.
Pur riconoscendo la potente capacità di astrazione delle facoltà logico-matematiche, ne scorge l’origine in dinamiche evolutive inseparabili per lungo tratto da quelle emotive, e ne coglie l’antefatto generale nel “riconoscimento delle configurazioni” utile al cervello per orientarsi nello spazio circostante. E restituendo alla creatività un’accezione trasversale, scientifica e umanistica, ne dimostra la dipendenza da una “ridondanza funzionale” del cervello -da un ventaglio infinito di variazioni scremate per la loro efficacia adattativa solo a posteriori- che ritroviamo già ai livelli più “bassi” della selezione…

... Ricordando quasi a ogni pagina la dinamica sottostante alla sua teoria (il costante scambio di segnali tra cervello, corpo e ambiente, e del cervello con se stesso), Edelman approda ad una posizione tesa a scontentare tutti. Si distanzia da ogni forma di dualismo più meno cartesiano tra spirito e materia o di “funzionalismo” (alla base dell’impropria analogia cervello-computer) e più in generale stigmatizza l’”umanesimo altezzoso” che vede ancora la scienza come il regno inerte della quantità; ma disapprova anche la ruvidezza di certa biologia all’ingrosso (l’ultimo Dawkins) e di certa psicologia evoluzionistica ingenua, e più in generale ogni forma di vetero e neopositivismo.

In questa prospettiva, un libro come Secondo natura potrebbe servire a “sanare le fratture”. Chi volesse uscire dal black-out dei pregiudizi incrociati, infatti, vi troverebbe, se non la piena luce, almeno il chiarore di una nuova, promettente teoria della conoscenza».

In quest’area mi sembra di scorgere i primi indizi di una creazione di noi stessi.
Nel momento che il pensiero si fa gesto, si esplicita in uno spazio, con tutta la portata della nostra consistenza fisica, ossia materiale insieme ad emozionale e vibrazionale, insieme a razionale, mentre, a specchio, generiamo la forma intellettiva dei nostri primi, essenziali, movimenti all’esterno, dando vita a “segni” intellettivi che occupano lo spazio e il tempo.

La realtà, la cosa, l’azione che nasce è data dal tutt’uno tra:
- il gesto (nello spazio-tempo che è il campo morfogenetico della materia),
- la spinta data dall’emozione (dall’avvertire un qualcosa che ci “prende emozionalmente” mentre accade),
- l’essere nella vibrazione, attraversati da essa (sapendo che proprio perché siamo, noi, in situazione, permettiamo a quest’energia di attraversarci, a qualcosa di accadere)
- e la sua forma intellettiva nel mondo corrispondente e connesso della mente.
Ecco la creazione.

La materia e il suo “anti”.

Ce ne vuole ancora, per consapevolizzare, da un punto di vista nuovo (ossia sempre esistito, solo lasciato in ombra), che è il punto di vista dato da una consapevolezza di noi stessi UNA, del nostro essere UNO con la totalità dell’esistenza, di tutto ciò che sappiamo esiste e con tutto ciò che non cogliamo ma, sappiamo, esiste e può esistere.

Creazione che si struttura attraverso queste forme pensiero delle geometrie primarie che ritroviamo nei segni degli alfabeti. L’alfabeto che abbiamo davanti, che da noi stessi abbiamo esplicitato, mentre gli stessi segni riconoscevamo nel mondo, Uno con noi che ne siamo gli dei creatori.

Il nostro gesto, all’origine, è questo Uno di esplicitazione spazio-temporale, emozione, vibrazione sonoro-cromatica e forma pensiero.

Lo ripercorriamo attraverso gli archetipi, mentre, gli archetipi stessi ci conducono, all’esterno, nel mondo, per strade in cui, in gesti essenziali e sacri, ritroviamo la memoria della nostra capacità creante.











[1] Vedi: di Francesca Salvador, Presunzione in Una settimana con il mio Alchimista.
[2] Vedi: di Francesca Salvador, I Pensieri.

[3] Gerald Maurice Edelman, premio Nobel per la medicina nel 1972. Dal commento al suo: Secondo natura. Scienza del cervello e conoscenza umana, Corriere della sera, 24 novembre 2007, pag.53.

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