Pronti a ripartire dal SOGNO
“Quando si parte per fare una cosa, non bisogna tornare indietro senza averla compiuta” (Charles de Foucauld).
“Charles sceglie di abitare in una casetta in disparte. Aiutato dagli uomini della guarnigione, ha costruito un piccolo eremo composto da cappella, tre celle e una camera per ospiti.
Dipinge sul muro della cappella un grande Sacro Cuore dalle braccia aperte. È Gesù che si dona all’umanità tutta intera offrendo a tutti il suo amore. Ecco ciò che scrive: “Mi ritrovo in un luogo solitario, una piccola vallata deserta ma irrigabile che con l’aiuto di Dio sto trasformando in giardino”[1].
Il Sogno, ciascuno il suo, scoperto, dubitato, resistito, precisato; perso e ritrovato, alimentato in questi anni, così vivo e vero da darsi il coraggio di essere proclamato qui:
“Non importa se mi prenderanno per pazza, io la mia utopia la dico, e dove se non qui? Qui so che sarà, comunque accolta, compresa, partecipata.
Non capiranno tutto, perché è il mio Sogno, ma anche loro, ciascuno di loro, ha un Sogno”.
Così adesso giochiamo con i nostri grandi Sogni, mentre già fissiamo la scadenza della prossima rimpatriata sabbatica.
Il Sogno mi fa pensare ad Elia, alla vedova di Zarepta, al carro di fuoco. Perché? Non so, lo sapremo insieme alla fine di questo paragrafo. Paulo Coelho in Monte Cinque racconta la storia del profeta che si ritrova a Sarepta, che tutti gli abitanti chiamano Akbar, mentre la città è minacciata dagli assiri.
Siamo sulla costa del Mediterraneo abitata dai Fenici, essi sono costituiti in città-stato, sono dediti al commercio, da molti anni sono in pace e non hanno grande esperienza di combattimenti. All’ingresso della città c’era una donna, rimasta vedova con il suo bambino, Elia si mette al suo servizio e l’aiuta nelle sue necessità. La situazione è difficile ed estrema, Akbar è assediata.
Gli assiri vogliono il passaggio al mare, solo un’alleanza tra le città-stato può contrastare la forza assira, ma all’interno di Sarepta c’è chi trama per la distruzione perché vede una minaccia ancor più grande. Un’altra città fenicia, Biblo, aveva elaborato una serie di segni e simboli, che i greci stessi avevano adottato dandole il nome di “alfabeto”, è un modo semplice e veloce per comunicare ma, secondo il sacerdote, esso rischiava di condurre alla fine della civiltà. “Il sacerdote sapeva che, fra tutte le armi di distruzione che l’uomo era stato capace di inventare, la più terribile e la più potente, era la parola. Se ci fosse stata la possibilità di diffondere i riti sacri, molta gente avrebbe potuto servirsene per modificare l’universo, e gli dei si sarebbero confusi”[2]. Le città della costa si erano aperte al nuovo linguaggio, perché i segni, quegli archetipi, potevano essere usati in ogni paese, indipendentemente dalla lingua che vi si parlava, bastava designare una lettera per ogni suono; dando un ordine a queste lettere si poteva descrivere ogni cosa dell’universo. Nell’antichità i popoli erano molto concreti e pratici e ponevano l’attenzione sulle cose toccabili e visibili, non tanto sui ragionamenti astratti. I disegni erano segni convenzionali, ossia in quella città si erano accordati sul loro significato; essi rendevano più funzionale la comunicazione e gli scambi, era più facile capirsi, commerciare, fare i conti, raccontare le cose e la vita perché bastava sostituire un lungo discorso o un gesto (che esigeva perciò la presenza dei due soggetti comunicanti) con una serie di segni scelti con ordine e con un’intenzione precisa.
Ma appunto perché quella serie regolare ed ordinata di segni, un alfabeto, avrebbe velocizzato i contatti tra le persone e le nazioni e avrebbe permesso di veicolare saperi fino ad allora retaggio di pochi, i potenti avevano avvistato il pericolo.
E Akbar viene distrutta.
Ma gli alfabeti hanno cambiato il mondo.
Ora sappiamo che quella scelta ha avuto anche le sue penalità, qualcosa ci siamo persi decidendo di entrare in questi codici, ma le lingue scritte hanno creato le civiltà. Quel sogno ha attraversato i secoli. Quella spinta alle relazioni, all’incontro, alla comprensione reciproca, insieme al desiderio di fissare condividere e scambiare le esperienze umane, ha dato una svolta fondamentale alla storia umana.
Sappiamo sostenere un sogno di questa grandezza? Che attraversa i secoli? Cosa racchiude un tale sogno? Restano domande aperte. Se solo per un attimo tentiamo di pensare quanto è dilagato il sogno della possibilità di comprendersi, quanti ambiti della vita umana ha toccato. Ecco il nostro sogno può avere dei confini così estesi, ma può anche superarli. Possiamo avere un sogno, un grande progetto in cui alcuni tratti sono convenzionali, in essi ci ritroviamo tutti e li perseguiamo insieme e, nello stesso tempo, tale sogno è personale, mio, tuo, suo, loro ed esprime la singolarità ed originalità delle persone.
Elia, il carro di fuoco... Mi viene incontro nell’immagine di un’icona questo grande profeta, sospeso su quella grande sfera rossa che rappresenta il suo carro, la forza del suo sogno.
Lanciati nel sogno e, in esso, resi immortali, perché ciò che perseguiamo supera il tempo delle nostre singole vite.
Un racconto, questo di Coelho, che ci fa percepire la forza delle grandi aspirazioni umane e nello stesso tempo ci mostra le difficoltà, le resistenze, i boicottaggi, che la stessa umanità mette in atto nelle sua evoluzione per la paura di perdere i traguardi già raggiunti, le sicurezze, alla fine quegli schemi di pensiero che creano il mondo in cui viviamo.
Ma i sogni sono in noi, si manifestano, si alimentano, escono allo scoperto nei momenti in cui abbassiamo un po’ le difese, allentiamo un po’ la stretta del: “così sta scritto, così si fa”. Quando accettiamo che qualcosa, imprevisto, non comprensibile, apra un varco.
“Le fiabe sono per l’anima un tesoro… Esse ci fanno presagire oscuramente il vero e, dal presentimento la nostra anima trae la conoscenza che a tutti occorre nella vita” (Rudolf Stainer).
Perché ho posto all’inizio di questo brano sul Sogno le parole di Fratel Charles?
La sua fede e la sua vita sono alla radice di tanti elementi di questo libro, quanto racconto ha in lui la sorgente e il senso, un seme posto molto in profondità; alla sua morte tutto sembrava finito, invece… ove aveva radicato, lui, le sue radici?
Una vita estrema, di solitudine e durezza, ma il giardino oggi c’è e non è dato solo dal segno visibile delle Fraternità di Piccole Sorelle e Fratelli nel mondo. Direi che il Sogno, fatto carne, è oggi questo spirito di fraternità, di vicinanza, prossimità con tutti gli uomini, con tutte le fedi.
Dice Don Huvelin, padre spirituale di de Foucauld: “Gesù ha preso talmente l’ultimo posto che nessuno ha potuto scendere più in basso di Lui”. Charles de Foucauld ha saputo fare quel pezzo di strada con Gesù di essere e stare laggiù in fondo dove stanno gli ultimi.
Era il suo Sogno, sicuramente, perché se non fosse in noi un seme, un progetto, non riusciremmo a farlo nostro, fosse anche il Sogno di Gesù.
Si tratta, laggiù in fondo, dove scaturisce la sorgente, di ritrovare se stessi, il proprio Sogno, che spesso partecipa al Grande Sogno dell’umanità.
Essere piccoli, essere estremi, soli, testardi, anche insicuri, a volte confusi. Sbagliare, ricominciare, vedersi nei limiti e nella fatica e, intanto, mentre si tenta, si insiste, ci si scoraggia e ci si ferma, si riparte…, ci si conosce, nei limiti e nelle ricchezze interiori.
“Più si conosce più si ama” (Charles de Foucauld).
Ad un certo punto il viaggio comincia ad essere più sereno e si sa, con una certezza che è “sostanza delle cose sperate” che il Sogno si sta aprendo nel quotidiano. Si vedono le stesse cose con occhi nuovi, la mente comincia a far roteare i pensieri attorno al positivo, al coraggio e all’abbondanza. Non sempre è necessario continuare ad essere piccoli, poveri, ultimi, queste sono modalità per arrivare alla nudità interiore, ognuno la sua. Ora si lascia andare l’io onnipotente della ragione, anzi, comincia ad essere naturale non guardare il problema, la miseria interiore, la malattia, finalmente si guarda solo al bicchiere mezzo pieno e quello si incrementa.
Ora si può cominciare a godere della propria forza interiore, della certezza, delle proprie capacità; siamo noi i costruttori del Sogno ed esso si fa gustabile, godibile, quando, aperti alla Sorgente, ci lasciamo alimentare da ciò che ci trascende.
[1] Tommaso B., in: a cura di Fratel Tommaso, Piccolo per diventare Fratello, op. cit. pagg. 44-45.
[2] Paulo Coelho, Monte cinque, Bompiani, Milano 2000, pag. 75.
“Quando si parte per fare una cosa, non bisogna tornare indietro senza averla compiuta” (Charles de Foucauld).
“Charles sceglie di abitare in una casetta in disparte. Aiutato dagli uomini della guarnigione, ha costruito un piccolo eremo composto da cappella, tre celle e una camera per ospiti.
Dipinge sul muro della cappella un grande Sacro Cuore dalle braccia aperte. È Gesù che si dona all’umanità tutta intera offrendo a tutti il suo amore. Ecco ciò che scrive: “Mi ritrovo in un luogo solitario, una piccola vallata deserta ma irrigabile che con l’aiuto di Dio sto trasformando in giardino”[1].
Il Sogno, ciascuno il suo, scoperto, dubitato, resistito, precisato; perso e ritrovato, alimentato in questi anni, così vivo e vero da darsi il coraggio di essere proclamato qui:
“Non importa se mi prenderanno per pazza, io la mia utopia la dico, e dove se non qui? Qui so che sarà, comunque accolta, compresa, partecipata.
Non capiranno tutto, perché è il mio Sogno, ma anche loro, ciascuno di loro, ha un Sogno”.
Così adesso giochiamo con i nostri grandi Sogni, mentre già fissiamo la scadenza della prossima rimpatriata sabbatica.
Il Sogno mi fa pensare ad Elia, alla vedova di Zarepta, al carro di fuoco. Perché? Non so, lo sapremo insieme alla fine di questo paragrafo. Paulo Coelho in Monte Cinque racconta la storia del profeta che si ritrova a Sarepta, che tutti gli abitanti chiamano Akbar, mentre la città è minacciata dagli assiri.
Siamo sulla costa del Mediterraneo abitata dai Fenici, essi sono costituiti in città-stato, sono dediti al commercio, da molti anni sono in pace e non hanno grande esperienza di combattimenti. All’ingresso della città c’era una donna, rimasta vedova con il suo bambino, Elia si mette al suo servizio e l’aiuta nelle sue necessità. La situazione è difficile ed estrema, Akbar è assediata.
Gli assiri vogliono il passaggio al mare, solo un’alleanza tra le città-stato può contrastare la forza assira, ma all’interno di Sarepta c’è chi trama per la distruzione perché vede una minaccia ancor più grande. Un’altra città fenicia, Biblo, aveva elaborato una serie di segni e simboli, che i greci stessi avevano adottato dandole il nome di “alfabeto”, è un modo semplice e veloce per comunicare ma, secondo il sacerdote, esso rischiava di condurre alla fine della civiltà. “Il sacerdote sapeva che, fra tutte le armi di distruzione che l’uomo era stato capace di inventare, la più terribile e la più potente, era la parola. Se ci fosse stata la possibilità di diffondere i riti sacri, molta gente avrebbe potuto servirsene per modificare l’universo, e gli dei si sarebbero confusi”[2]. Le città della costa si erano aperte al nuovo linguaggio, perché i segni, quegli archetipi, potevano essere usati in ogni paese, indipendentemente dalla lingua che vi si parlava, bastava designare una lettera per ogni suono; dando un ordine a queste lettere si poteva descrivere ogni cosa dell’universo. Nell’antichità i popoli erano molto concreti e pratici e ponevano l’attenzione sulle cose toccabili e visibili, non tanto sui ragionamenti astratti. I disegni erano segni convenzionali, ossia in quella città si erano accordati sul loro significato; essi rendevano più funzionale la comunicazione e gli scambi, era più facile capirsi, commerciare, fare i conti, raccontare le cose e la vita perché bastava sostituire un lungo discorso o un gesto (che esigeva perciò la presenza dei due soggetti comunicanti) con una serie di segni scelti con ordine e con un’intenzione precisa.
Ma appunto perché quella serie regolare ed ordinata di segni, un alfabeto, avrebbe velocizzato i contatti tra le persone e le nazioni e avrebbe permesso di veicolare saperi fino ad allora retaggio di pochi, i potenti avevano avvistato il pericolo.
E Akbar viene distrutta.
Ma gli alfabeti hanno cambiato il mondo.
Ora sappiamo che quella scelta ha avuto anche le sue penalità, qualcosa ci siamo persi decidendo di entrare in questi codici, ma le lingue scritte hanno creato le civiltà. Quel sogno ha attraversato i secoli. Quella spinta alle relazioni, all’incontro, alla comprensione reciproca, insieme al desiderio di fissare condividere e scambiare le esperienze umane, ha dato una svolta fondamentale alla storia umana.
Sappiamo sostenere un sogno di questa grandezza? Che attraversa i secoli? Cosa racchiude un tale sogno? Restano domande aperte. Se solo per un attimo tentiamo di pensare quanto è dilagato il sogno della possibilità di comprendersi, quanti ambiti della vita umana ha toccato. Ecco il nostro sogno può avere dei confini così estesi, ma può anche superarli. Possiamo avere un sogno, un grande progetto in cui alcuni tratti sono convenzionali, in essi ci ritroviamo tutti e li perseguiamo insieme e, nello stesso tempo, tale sogno è personale, mio, tuo, suo, loro ed esprime la singolarità ed originalità delle persone.
Elia, il carro di fuoco... Mi viene incontro nell’immagine di un’icona questo grande profeta, sospeso su quella grande sfera rossa che rappresenta il suo carro, la forza del suo sogno.
Lanciati nel sogno e, in esso, resi immortali, perché ciò che perseguiamo supera il tempo delle nostre singole vite.
Un racconto, questo di Coelho, che ci fa percepire la forza delle grandi aspirazioni umane e nello stesso tempo ci mostra le difficoltà, le resistenze, i boicottaggi, che la stessa umanità mette in atto nelle sua evoluzione per la paura di perdere i traguardi già raggiunti, le sicurezze, alla fine quegli schemi di pensiero che creano il mondo in cui viviamo.
Ma i sogni sono in noi, si manifestano, si alimentano, escono allo scoperto nei momenti in cui abbassiamo un po’ le difese, allentiamo un po’ la stretta del: “così sta scritto, così si fa”. Quando accettiamo che qualcosa, imprevisto, non comprensibile, apra un varco.
“Le fiabe sono per l’anima un tesoro… Esse ci fanno presagire oscuramente il vero e, dal presentimento la nostra anima trae la conoscenza che a tutti occorre nella vita” (Rudolf Stainer).
Perché ho posto all’inizio di questo brano sul Sogno le parole di Fratel Charles?
La sua fede e la sua vita sono alla radice di tanti elementi di questo libro, quanto racconto ha in lui la sorgente e il senso, un seme posto molto in profondità; alla sua morte tutto sembrava finito, invece… ove aveva radicato, lui, le sue radici?
Una vita estrema, di solitudine e durezza, ma il giardino oggi c’è e non è dato solo dal segno visibile delle Fraternità di Piccole Sorelle e Fratelli nel mondo. Direi che il Sogno, fatto carne, è oggi questo spirito di fraternità, di vicinanza, prossimità con tutti gli uomini, con tutte le fedi.
Dice Don Huvelin, padre spirituale di de Foucauld: “Gesù ha preso talmente l’ultimo posto che nessuno ha potuto scendere più in basso di Lui”. Charles de Foucauld ha saputo fare quel pezzo di strada con Gesù di essere e stare laggiù in fondo dove stanno gli ultimi.
Era il suo Sogno, sicuramente, perché se non fosse in noi un seme, un progetto, non riusciremmo a farlo nostro, fosse anche il Sogno di Gesù.
Si tratta, laggiù in fondo, dove scaturisce la sorgente, di ritrovare se stessi, il proprio Sogno, che spesso partecipa al Grande Sogno dell’umanità.
Essere piccoli, essere estremi, soli, testardi, anche insicuri, a volte confusi. Sbagliare, ricominciare, vedersi nei limiti e nella fatica e, intanto, mentre si tenta, si insiste, ci si scoraggia e ci si ferma, si riparte…, ci si conosce, nei limiti e nelle ricchezze interiori.
“Più si conosce più si ama” (Charles de Foucauld).
Ad un certo punto il viaggio comincia ad essere più sereno e si sa, con una certezza che è “sostanza delle cose sperate” che il Sogno si sta aprendo nel quotidiano. Si vedono le stesse cose con occhi nuovi, la mente comincia a far roteare i pensieri attorno al positivo, al coraggio e all’abbondanza. Non sempre è necessario continuare ad essere piccoli, poveri, ultimi, queste sono modalità per arrivare alla nudità interiore, ognuno la sua. Ora si lascia andare l’io onnipotente della ragione, anzi, comincia ad essere naturale non guardare il problema, la miseria interiore, la malattia, finalmente si guarda solo al bicchiere mezzo pieno e quello si incrementa.
Ora si può cominciare a godere della propria forza interiore, della certezza, delle proprie capacità; siamo noi i costruttori del Sogno ed esso si fa gustabile, godibile, quando, aperti alla Sorgente, ci lasciamo alimentare da ciò che ci trascende.
[1] Tommaso B., in: a cura di Fratel Tommaso, Piccolo per diventare Fratello, op. cit. pagg. 44-45.
[2] Paulo Coelho, Monte cinque, Bompiani, Milano 2000, pag. 75.
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