La Maddy, ne abbiamo parlato, è semplicemente una CHIAVE, un ARCHETIPO, per comprendere delle parti di noi, del nostro diventare sempre più consapevoli di noi stessi e del nostro agire.
La Maddy è la forza vitale, l’Eros, il femminile, che sempre più sta emergendo e ci porta per strade sue, che lei sa.
È anche la nostra parte oscura che, solo decidendo di andare ad incontrare, portiamo alla luce e ci rendiamo conto che quella oscurità è luce, luce, di altra vibrazione ed intensità ma luce.
È l’altra parte di noi stessi, la parte temuta e resistita, ma se non la andiamo a visitare, se non decidiamo di accoglierla, riconoscerla e farla nostra, integrarla, ecco che rimaniamo divisi in noi stessi, separati in noi stessi prima che dal resto del mondo e, conseguentemente, dal resto del mondo.
Per noi occidentali e di cultura ebraico-cristiana, la Maddy è connessa alla figura storica della Maddalena, ma chi è la Maddalena, fuori dell’immagine riduttiva che ne danno i Vangeli e ancor più la Chiesa?
Sembra sia stata la donna di Gesù, sembra che dopo la dipartita di Gesù sia approdata in Francia, forse passando sulla rotta Paola-Marsiglia? (la rotta di un battello fino al secolo scorso), che con le altre donne e qualche discepolo di Gesù siano arrivati a Rennes le Chateau.
Insomma una storia più o meno aderente alla realtà, ma quello che serve a noi oggi sono gli indizi, le tracce che il ripercorrere la storia di questa donna sollecita. Il risveglio di memorie, spazi e tempi, contenuti, criptati dentro di noi.
Ogni mito, ogni personaggio va accostato non tanto per la sua personale storia, per la sua vicenda umana, che resta la sua, ma per quanto la sua vicenda umana serve a risvegliare in noi la nostra anima, che chiede di venire alla luce, perché noi possiamo sapere sempre più chi siamo.
L’oriente ha miti corrispondenti per arrivare a risvegliare ed integrare il femminile, anche se per loro c’è già in molti popoli una consapevolezza diversa su questo.
Sappiamo, lo dicono ormai in molti, che ciò che manca alla visione integrale dell’uomo, dell’umanità e del mondo per noi occidentali è proprio la consapevolezza del femminile. Il riconoscimento e l’integrazione di questa parte dell’uomo, inteso come persona, come anima, sia a livello individuale che collettivo.
Qui va ricollocata “La Tavola di Smeraldo” e “Le Tavole del Mar Morto” cogliendo il tutto non solo come messaggio, non solo come parola, ma come Energia; a questo punto anche come messaggio e parola ma intesi come VERBO, come esplicitazione di un Pensiero che è anche Sostanza. Un modo di conoscere la PAROLA che noi abbiamo perso ma che appartiene ai popoli del passato, per i quali la PAROLA era un tutt’uno con la Sostanza e conduceva perciò una Energia, così che una Realtà e proprio quella Realtà, si rendeva presente nel momento che la PAROLA veniva pronunciata[1].
Questo è il grande limite della nostra civiltà occidentale, spostata sul maschile perciò separata in se stessa, protesa verso una conoscenza ed un agire esteriore, a cercare fuori, nel mondo, la risposta, la risoluzione di se stesso. A cercare fuori l’amore, la condivisione, la consolazione ecc… prima di aver fatto il lavoro di creare e cogliere all’interno di se stesso ciò che “sembra” mancante.
Ciò che sembra si voglia raggiungere sollecitati dal desiderio, dalla spinta interiore, dall’attrazione verso l’altro, soprattutto verso l’altro sesso. Da qui la visione parziale della realtà colta solo dalla mente, dalla ragione, e quindi ridotta.
Lo dice la scienza che noi usiamo solo il 10% del nostro cervello, che il nostro DNA è attivo solo parzialmente e al minimo, che noi della realtà sappiamo solo il 10%. Sembra che noi cogliamo parzialmente la realtà dentro e fuori di noi perché siamo nel canale della energia elettromagnetica e che questa energia, che pian piano ha preso in noi il sopravvento (ossia noi ci siamo fermati ad osservare la realtà solo attraverso questo occhio, ma che il nostro Osservatore, il terzo Occhio che abbiamo qui in mezzo ai due occhi, è designato a vedere molto di più), sia solo una banda di vibrazione e colga la realtà solo per quanto questa cade sotto questa intensità di vibrazione e che c’è molto di più ma che non lo cogliamo perché sta espresso, creato ed esplicitato attraverso altre energie[2] e altre lunghezze d’onda.
Torniamo al femminile[3], lo troviamo in Iside, in Issah, cito solo questi più vicini a noi, ma quanti sono i miti che ci indicano tutto il pieno di energie, di possibilità, di forze, che stanno all’origine e al fondamento della realtà. Anzi, non c’è altro e di questo ci dobbiamo rendere conto, tutto il resto altro non sono che le nostre creazioni, dal nostro Sé Superiore, e collettivo, dal nostro essere UNO in cui siamo gli dei creatori della nostra realtà e delle nostre esistenze.
Qui non mi dilungo sul femminile in se stesso, sulle sue dinamiche e modalità, per tutto questo rinvio molto volentieri ad Annik de Souzenelle[4], a tanti altri autori e anche ai miei scritti.
- Come ritrovare questo grande femminile dentro di noi? Come renderlo attivo così da rendercene consapevoli?
Si, la psicologia, le scienze umane in genere, oggi anche la new age, ci dicono di ascoltarci dentro e di essere fedeli a noi stessi, di voler bene innanzitutto a noi stessi, solo così accresce l’autostima e prendiamo coscienza di noi stessi e pian paino andiamo verso il benessere interiore ed una sempre più ampia realizzazione personale e sociale.
Ma su questa strada di ascolto interiore e fedeltà a noi stessi incontriamo, prima o poi, la nostra sessualità e, se abbiamo il coraggio di andare avanti, di lasciare le maschere, di riconoscere gli schemi nostri e della nostra educazione, della società e di quanto ci è stato messo dentro, ci ritroviamo davanti un bel pezzo di strada coraggiosa e solitaria da fare, per renderci conto di come è impostata e di come funziona tutta la faccenda della sessualità nella nostra persona e nella società di cui facciamo parte. E ne scopriamo di cose che non vanno bene che, ci rendiamo conto, contribuiscono più al nostro malessere, disagio, confusione che al nostro star bene ed essere contenti e gioiosi.
E siamo al varco, alla soglia, cogliamo le nostre spinte interiori, e non mi riferisco alle sole spinte di andare a fare sesso senza tanti intellettualismi, senza significati umani, psicologici, spirituali o altro, intendo dire che sentiamo la spinta ad andare per strade nostre, al fatto che incontriamo persone nuove e diverse dal solito giro, che cominciamo a “sentire”.
Persone e fatti che sollecitano in noi pensieri, sentimenti, emozioni, desideri. Tutto rinasce, tutto rispunta e noi… pensavamo che non si potesse più innamorarsi dopo aver giurato, davanti ad un’autorità tra l’altro civile o religiosa, aver giurato eterno amore e fedeltà ad una persona che amavamo e ancora amiamo.
Perché, questo è il bello di questo percorso di consapevolezza, che si va non per separazioni o divisioni, ma per integrazioni. Sennò, che percorso di crescita e consapevolezza sarebbe se continuasse sui tracciati del passato? Sì, per ciascuno di noi, la strada è diversa, le scelte pure, tutto dipende da quanto siamo più o meno vicini alla nostra anima con la persona che abbiamo scelto quel giorno. Dipende da quanto quella persona fa parte del nostro cammino perché, mentre siamo noi stessi con il nostro lavoro interiore da seguire, siamo anche compagni di viaggio, già in viaggio con qualcuno ed una cosa non esclude l’altra. Siamo anche co-genitori, amici, di chi ci sta vicino. Allora, che necessità c’è di creare divisione, creare conflitti, incomprensioni, separazioni?
A questo porta il cammino interiore, a sapere che il cammino è mio solo mio, ciascuno il suo, per sentieri suoi, modalità sue, comprensioni, tempi e spazi solo suoi, così come i miei sono solo miei, per ciascuno di noi è così. E se so che sto facendo il mio percorso con tutta la coerenza, la rettitudine[5], l’autenticità, riconosco che anche l’altro è nelle stesse modalità e quindi posso solo lasciarlo libero, anche dal mio stesso cammino, dalla necessità di dovergli comunicare il mio cammino.
Questa è libertà, questa è assunzione di responsabilità.
Questo silenzio che si crea tra due persone che ad un certo punto non possono più comunicarsi le cose, perché sono entrate in quella fase della nascita a se stessi che non è più possibile comunicare con i linguaggi di prima, né con gli schemi, le sollecitazioni di prima.
Nuovo è già il percorso, superata è già la soglia dall’appartenenza, dell’essere legati all’altro nel bisogno e nella dipendenza camuffati da parole quali: “fedeltà”, “sincerità”, “onestà”.
Queste parole sono state ricondotte dentro se stessi, agite, in tutta coscienza, coraggio e responsabilità dentro se stessi. Queste parole ci portano ora, ci indicano la strada, ora che in noi hanno fatto il lavoro di averci fatto diventare ciò che dicono (ecco la Parola, il Verbo).
Esse ci conducono a “cose nuove”, sia con persone nuove, sia nelle situazioni in cui già siamo.
Aggiungo qui questa “deviazione”, dato che parliamo di cammini, questa passeggiatina ulteriore, che penso utile al discorso:
Il Parto
Hai presente quando il bambino sta per nascere? Utero, collo dell’utero, vagina, è un tutt’uno. Tutto si dilata e diventa un unico canale, fino a che non c’è più neanche quel percorso che è il canale vaginale, né il collo dell’utero, solo una soglia tra la cavità uterina e l’esterno.
E il bambino sta là, in quella soglia, tutto preso nella sua spinta a darsi al mondo.
Da giorni mi vedo e mi sento così.
Mentre si è qui, in questo canale che si attraversa per nascere, non si guarda né a destra né a sinistra, nemmeno prima e dopo.
Si sta, si sta solo nella spinta e, mentre si prosegue, portati non dal pensiero né dal volere, l’unica cosa che si percepisce è che si comincia ad avvertire (che è più del sentire e più del solo capire), che ci si conoscerà per come ci si è concepiti.
La Maddy… il femminile ha detto tutto questo, dalla sua grande libertà interiore, dalla consapevolezza che la Totalità, l’UNO, che da sempre siamo, lo percepiamo solo quando abbiamo imparato a dire “sì” ad ogni spinta interiore, ad ogni pensiero e desiderio, ad ogni agire già realizzato o da realizzare. L’UNO sta in ogni realtà di questo mondo, che avvertiamo come illusione, ma che è quello in cui siamo immersi quando non scegliamo, non separiamo né giudichiamo alcun nostro modo di essere e di fare, o di aver fatto. Tutto, su tutto dire: “Accetto, accetto”, come quando su internet clicchiamo su questa parolina “Accetto” ed, ecco, si apre la finestra ed un volto compare davanti a noi, mentre sappiamo che a quel volto noi giungiamo nella sua finestra, ed il sorriso si apre, ampio e generoso a dire che: “Sì, sono contenta di conoscerti e di averti qui con me”.
[1] C’è un film di Ingmar Bergman, Fanniy e Alexander, dove questo fatto è ben rappresentato.
[2] Vedi Giuliana Conforto.
[3] Vedi anche di Francesca Salvador, Issah Adamah in Una settimana con il mio Alchimista.
[4] Annik de Souzenelle, Il femminile dell’essere; Il simbolismo del corpo umano, ecc… ed. Servitium, Sotto il Monte .
[5] Vedi di Francesca Salvador, Artù e i suoi cavalieri.
1 commento:
ciao perla.
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